Teatro Primo, in scena la catarsi dall’abbandono in “Dora in avanti”

2019-06-30 18:49:00 cultura


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Di Gabriella Lax – Sconfitte metaforiche e materiali, distacchi emotivi sono il pane quotidiano con cui ogni persona è costretta, prima o poi, a confrontarsi. Per questo motivo,  la protagonista di “Dora in avanti”, bloccata su un’altalena per la vita («L’unica cosa che so fare è stare ferma»), solo per una spinta mancata del padre, racconta una storia difronte alla quale ci siamo tutti trovati.

Tornano ad accendersi le luci di “Teatro Primo” a Villa San Giovanni ed è Silvana Luppino a calcare nuovamente le scene dopo il felice esordio, qualche settimana fa, di “Se dici Eva”. Si torna sul palco per una causa benefica: aiutare Ciccio, il cane mascotte del teatro che, a causa di un incidente, dovrà subire un’operazione alle zampe. Sabato sera in scena è tornata “Dora in avanti”, pièce scritta da Domenico Loddo, per la regia Christian Maria Parisi, una produzione Teatro Primo. La protagonista è un personaggio alla disperata ricerca di autore («Perché il vuoto che abbiamo dentro è più vasto di una galassia»), con la consapevolezza maturata che l’identità l’ha persa quando era troppo bambina. Dora Kieslowski, il cui nome è già tutto un programma, in comune con il compianto regista polacco ha solo laceranti dilemmi esistenziali. Si resta disorientati quando il monologo si sviluppa: è una tragedia, una commedia? Cosa stiamo vedendo? Cosa ci stanno raccontando? Scarna la scena,  gli elementi essenziali sono amplificati dalla musica e dal gioco sapiente delle luci. Silvana Luppino, nel suo far sorridere e nel commuovere tiene in pugno tutti, guarda negli occhi chi è lì per lei, coinvolge e trascina dentro. Cinquanta minuti con la sua mimica per fare da specchio a drammi, senso di inadeguatezza, distruzione da abbandono.


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È vero, lo chiarisce Dora nel suo interloquire col pubblico, c’è il metateatro sul palco, la finzione scenica che rimanda direttamente al mondo del teatro, che racconta i temi  relativi alla vita degli attori.  Ma non solo quello, perché c’è il dramma nel dipanarsi della storia di una donna che non sa perché è stata messa la mondo («Guardami – dice Dora al padre- io sono la tua eredità, una sconosciuta buttata nel mondo»). Ma non solo quello perché c’è anche l’ironia che spinge e che sostiene e che fa sperare segretamente il cuore dello spettatore che qualcosa di carino possa ancora accadere nella storia. La scrittura, quando la narrazione prende velocità, diventa quasi un thriller, ne diamo atto all’autore, con continui e repentini colpi di scena. Chi voleva vendicarsi in realtà era stato solo tutelato e non tradito ed escluso come sembrava, ma è troppo tardi perché la tragedia non possa consumarsi. Dai toni e dai gesti, amabilmente raccontati con un fumetto che scivola sul fondo della scena, si pensa al peggio ed alla morte, ma anche qui poi la tragedia resta solo e soltanto la solitudine, senza nessuna morte.

La storia di Dora è la storia di tutti: quasi vorremmo salire sul palco e dargliela quella spinta per farla andare avanti, una catarsi dall’abbandono: coi dolori che rimangono un bagaglio a cui attingere e con il futuro che ha abbandonato tristezza e pessimismo e si è colorato di verde, come la speranza, come quella farfalla unica che aveva visto Dora insieme a papà da bambina e che tutti vogliamo credere non si sia mai estinta. (foto Marco Costantino)