SpazioTeatro: “Una spina nella carne”, storie maledette dal manicomio di Girifalco

2019-03-31 19:09:00 cultura Scritto da: Gabriella Lax

Di Gabriella Lax 

«Una spina nella carne è quella che ho dentro, quando te ne vai, quando non ci sei e mi lasci sola». Un filo sottile fatto di dolore, incomprensione, disgrazia o, più semplicemente, di diversità unisce le protagoniste de “Una spina nella carne”, sabato e domenica in scena nella “Casa dei racconti” di Spazio Teatro a Reggio Calabria. La pièce, di e con Francesca Ritrovato, con musiche dal vivo del musicista calabrese Fabio Macagnino, è una produzione Teatro di Anghiari, ed è lo spettacolo vincitore del “Festival Storie interdette”. L’attrice pensa per la prima volta a questa storia per proporla ad un concorso. Lo spettacolo, chiarisce la stessa «nasce come l’occasione per immaginare ciò che non sapevo, un viaggio nelle cose che non avevo trovato scritte». Ed allora sul palco i volti e la sfida di donne, le voci riesumate delle ospiti dell’ospedale psichiatrico di Girifalco, in provincia di Catanzaro. Storie tirate fuori dal dimenticatoio di cartelle cliniche fantasma, abilmente ricostruite da Francesca Ritrovato che in quei luoghi affonda le sue radici. Originaria di Girifalco, la giovane attrice ha frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” a Roma, per poi trasferirsi a Parigi dove ha frequentato il Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique.


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Lei stessa trova e mette da parte, a partire anche solo dalle date e dai luoghi di nascita, pezzi di donne che sono andati perduti in ospedale, nelle stanze dell’elettroshock e delle violenze disumane, degli sputi, del vomito e degli insulti consumati tra anime perdute.

È Leonilda la prima anima a fare ingresso in scena, ad aprire il suo cuore, a commuovere con una verità vissuta da chissà quante altre donne negli anni prima che fosse operativa la legge Basaglia. Leonilda è un giovane nata a Buenos Aires, tornata in Calabria dove ad aspettarla non c’era un vita felice, ma un’esistenza fatta di lavoro e di fatica. Mandata a lavorare in castello, aveva incontrato Giuseppe, si erano innamorati e avevano fatto l’amore, ma la “fuitina” non aveva avuto seguito. L’uomo l’aveva abbandonata e lei, col peso del disonore sulle spalle, era stata ripudiata dalla famiglia. Così aveva vagato nei boschi e aveva subito le violenze dei pastori, fino a terminare la sua vita internata nel manicomio di Girifalco, grazie una veloce diagnosi di schizofrenia fatta a cuor leggero dal medico amico di famiglia. Un problema in meno per tutti. Quarant’anni di dolore per Leonilda che, alla fine, pure le parole in latino calabrese aveva smesso di pronunciare. Dalla storia viva di questa donna la Ritrovato scova la data di uscita dall’ospedale psichiatrico nel 1987, quando ormai, anziana viene recuperata da una sorella che la porta via. “Non mi toccati” sono le uniche, poche sillabe che proferisce Leonilda, specchio di chissà quali abusi e dolori fisici e dell’anima. L’espediente scenico che l’attrice utilizza a questo punto, terminata la messa in scena di Leonilda, è prender in mano la narrazione, spiegare la genesi e raccontare i pezzi di storia veri e quelli che con la verità vanno a essere ricuciti per chiudere le toppe di vuoto nella vicenda. Un intermezzo che, piuttosto che interrompere il ritmo scenico, permette allo spettatore di schiarirsi le idee.


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Lo stesso “Non mi toccati” caratterizza la storia di Giulia, lei invece è “la strega” del paese. Quella che fa i sortilegi e che parla coi morti. E quando anche gli esorcismi non bastano o non serve l’isolamento nel convento di monache, perché con lei, l’unica soluzione è rinchiuderla nel manicomio. Murato con lei nell’ospedale resta anche il suo amore per Rocco che, nella narrazione della vicenda funge da interlocutore rinnegante, minaccioso e spaventato. Così sono i protagonisti delle vicende, uomini che scopriamo complici vili, silenziose ombre che non lottano e che, anzi, abbandonano le donne disperate. Nelle storia della Ritrovato s’incastrano come se fossero state scritte appositamente e di pari passo col testo le canzoni di Fabio Macagnino. “Zzfratatrance” rievoca la confusione della vita di Giulia, “Lu servu e la regina” intenerisce nella narrazione della storia breve tra Leonilda e Peppe, e, sopra tutte “‘Mpernu”, i tormenti d’amori non ricambiati, porta a galla l’inferno legalizzato che vivono le anime dell’ospedale e

Le liriche camminano mano nella mano e vibrano dello stesso sentire delle parole della pièce. Un incontro musicale che, confessano gli artisti alla fine della rappresentazione, meglio si attaglia alla storia perché quelli di Macagnino, abile con la chitarra e le sue percussioni, sono risultati «suoni più vicini alla atmosfere». Originariamente, infatti, si era offerta una musicista di Genova che della Ritrovato aveva apprezzato il lavoro.

Non è stata una scelta invece scrivere del Sud o scrivere solo storie di donne. L’attrice e regista chiarisce di non aver mai pensato ad uno spettacolo “al femminile”, ma sono state le donne, o i loro fantasmi, a rispondere “presente” alla chiamata immaginaria. Lo spettacolo è in fase sperimentale e, sicuramente, continuando nella ricerca tra le vite dell’ospedale perduto, altre storie degne di essere raccontate verranno fuori, insieme ad altri personaggi. E, finalmente, i fili delle loro vite riprenderanno ad intrecciarsi alla luce del sole, quello stesso sole che, poco o nulla, le protagoniste hanno visto negli anni vissuti rinchiuse nell’infelicità (foto Marco Costantino).

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