Spazio Teatro: “Tanos”, una valigia di sogni e dolori per gli abruzzesi d’Argentina

2019-02-10 17:09:00 cultura

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Di Gabriella Lax

E' una valigia il fulcro della scena. Una valigia vetusta e rovinata, indiscusso simbolo di generazioni di emigranti, contenitore di speranza e di sogni. Parla degli emigranti d'Abruzzo, ma, in fondo, di tutti gli emigrati, “Tanos”, scritto e diretto da Stefano Angelucci Marino, secondo appuntamento della “Casa dei racconti” nella stagione 2019 di Spazio Teatro. In scena, nella piéce prodotta dal teatro stabile d'Abruzzo, in collaborazione col teatro del Sangro, diretto da Angelucci Marino, c’è la sua compagna d’arte e di vita, Rossella Gesini.

Tanos, è diminutivo di “napoletanos”, il nome col quale, indistintamente venivano chiamati gli italiani che arrivano in Argentina. Domenico e Rosa vanno via dall’Abruzzo per coltivare i loro sogni di vita oltreoceano. Inutili le rimostranze dell’anziana madre («L'Argentina sta alla fine del mondo. Te l'hanno detto?”) e quelle del padre, nulla riesce a dissuadere i due giovani dalla partenza. Rosa porta in grembo un figlio, l’Abruzzo non ha nulla da offrire a due coniugi che, armati speranza e buona volontà, prendono la nave e la valigia di cartone e, come tanti negli anni Cinquanta, raggiungono Rosario. Qui si snoderanno le vicende alterne: dal riuscire ad ambientarsi, proseguire l’esistenza con lavoro e fatica, mentre gli anni scorrono e ormai i due italiani si sentono parte integrante del tessuto argentino. E lo saranno, loro malgrado, nel bene e nel male.


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La scenografia scarna, oltre alla valigia e ad una sedia, è fatta di due coperte: una di fattura italiana e un'altra di fattura argentina, stese e fissate con le mollette, al centro del palco. Una visione compatta ed arrendevole che riassume la narrazione, abile nel linguaggio del teatro dell’attore, comica e drammaticamente spiazzante.

La trama, che prende l'ispirazione dagli scritti di John Fante, scavalca il racconto dello stereotipo (quasi archetipo) dei luoghi comuni dell'emigrazione (la celebrazione di sogni coronati arrivati a destinazione), raccogliendo, nella scrittura, il punto di vista opposto.  In Argentina Domenico e Rosa, da buoni emigranti, non partono soli: con loro c'è il carico di usanze, lingua e costumi. Una bagaglio che viene rappresentato utilizzando l’escamotage scenico i burattini che portano la tradizione, incarnata dal volto più famoso dell’Italia (per lo meno nell’immaginario) quello di Pulcinella.

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Sopra le pesanti coperte Pulcinella burattino (nella abili mani della Gesini) canta, balla e, soprattutto, ci ricorda da dove veniamo, perché le radici, fosse l'Argentina o qualunque posto del pianeta, non si dimenticano. Le radici prendono forma nell'idioma trascinato, intervallato e, a volte,  impastato, con la lingua d'adozione e vivono nel ricordo dei sapori e dei sogni di casa. All’occorrenza le radici possono anche diventare stampelle che sostengono nel momenti di dolore. E sarà proprio il dolore a scoprirsi come volto universale: il sapore amaro delle lacrime versate sarà lo stesso per le mamme italiane e per le madri di plaza de Mayo. Il tributo che gli emigrati italiani pagheranno come desaperesidos sarà altissimo, fino a toccare il dieci per cento di quelle trentamila persone sparite nel nulla.

A fine spettacolo, nel consueto incontro con il pubblico di Spazio Teatro, Angelucci Marino e Gesini ripercorrono la nascita dello spettacolo, fortemente voluto dalle associazioni di italiani all’estero. Un racconto costruito in tanti anni, dopo la ricerca, dietro la mitologia ed i luoghi comuni che attraversano la vita degli emigranti, di storie complesse. Un successo in Argentina, con tantissime repliche, nato dal fatto che, confessano gli attori «È stata molto apprezzata la narrazione dei fatti senza polemica (o giudizio, nds)», nonostante il dramma inscenato che brucia come una ferita aperta, tuttora.

La metà dell’attuale popolazione argentina è di origine italiana, 20 milioni circa sul totale di 40 milioni. Significativo a tal proposito un particolare: «In ogni luogo dove abbiamo recitato – chiude Rossella Gesini – non c’è stato mai bisogno di portare con noi la vecchia valigia dell’emigrato. C’era sempre qualcuno disposto a prestarcela». Le maschere, per consente agli attori di cambiare celermente personaggio, sono di Stefano Perocco di Meduna, i  burattini di Gaspare Nasuto & Brina Babini/Atelier della Luna, con le musiche originali Giovanni Sabella e la scenografia Filippo Iezzi; audio e luci di Antonio Lioci.  (Le foto sono di Marco Costantino).

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