Spazio Teatro, solitudini e disumanità nell’“Edipus” interpretato da Silvio Barbiero

2019-04-08 09:02:00 cultura

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Di Gabriella Lax

«Materia magmatica e incandescente che si fa fatica a dominare». Questo è l’“Edipus”, andato in scena sabato e domenica a Spazio Teatro a Reggio Calabria, penultimo spettacolo della “Casa dei racconti”. Il testo è fedeltà assoluta alla lingua inventata da Giovanni Testori. A Silvio Barbiero tocca la messa in scena, la preparazione e la regia “occulta” di una produzione Evoè Teatro. Felice ritorno dell’attore a Spazio Teatro dopo “Groppi d’amore nella scuraglia”. Una prima assoluta riservata al pubblico di Reggio Calabria, un inizio scoppiettante che intanto è, secondo Barbiero, «la formula giusta per cominciare».


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La pièce, lungo, ossessivo ma piacevolissimo monologo, è, dopo “Macbeto” e “Ambleto”, l’ultimo atto della Trilogia degli Scarozzanti. Solitudine e dolore per Scatorcio, l’ultimo degli Scarrozzanti rimasto a recitare, costretto da solo a interpretare tutti i personaggi. Il timbro della storia, rispetto agli altri due testi della Trilogia di Testori, si caratterizza «per un pessimismo più deflagrante, per la mancanza di un soluzione» chiarisce l’attore nel consueto incontro col pubblico a fine spettacolo.

E così le storie si intrecciano nella storia, il teatro nel teatro, anche se in forma ancora embrionale. A fare da padrona su tutto è la lingua inventata da Testori. Negli anni Settanta, con le sue opere, il drammaturgo scavalca un cliché: il dialetto che si rappresenta in teatro è quasi assolutamente quello meridionale, ma i dialetti del Nord hanno la stessa dignità! Così, con parole stirate,  strozzate e ostinate, superlativi assoluti, ripetizioni ossessive e minuziose, catartici e infiniti elenchi, Scatorcio e i personaggi che anima, trasportano gli spettatori in un mondo straripante, debordante tra lussuria e ingiustizie, in una società diventata disumana. È proprio questo il motivo che fa di un testo partorito più di quarant’anni fa uno spaccato di stringente attualità.


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L’unicità del linguaggio altisonante, volgare e poetico, consente alla scrittura di raccontare ogni cosa: persino le blasfemie e le zozzerie incestuose non risultano mai volgari. La recitazione di Barbiero è esplosiva, coinvolgente e giullaresca, una gara di resistenza per un’ora e mezza, o quasi, nonostante le sintesi che lui stesso ha operato rispetto al testo originario. Barbiero è un chirurgo perspicace ed efficiente, taglia, cuce e impreziosisce con le movenze e le scelte vocali, così il testo assume una convincente dimensione espressiva. Coinvolge il pubblico, inizialmente trovando tre persone che interpretano i condannati a morte e poi lo tiene legato al filo rosso di una storia fino all’ultimo atto, fatto d’incesto e di morte, perché soli non si può stare, non si può vincere. Un primo spettacolo che, «come il primo bacio – spiega Barbiero – porta con sé timori e paura, ma non si dimentica mai». Una pièce in cui l’attore, in scena, è «un contenitore di un magma necessario» perché «il teatro, come l’amore, ha bisogno di avversari che siano all’altezza. È una sfida nella sfida. Misurarsi coi testi, è misurarsi con la libertà». (foto Marco Costantino)

 

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