Spazio Teatro: “Blues” è il tempo, la solitudine e l’alienazione

2019-01-31 19:06:00 cultura

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Di Gabriella Lax – Il tempo, la solitudine, l’alienazione. Ma è soprattutto la comunicazione, o la mancanza della stessa nella nostra epoca, il tema portante in “Blues”, drammaturgia scritta da Tino Caspanello ed interpretata da Francesco Biolchini, scene e costumi di Cinzia Muscolino. Con lo spettacolo, in scena sabato sera e domenica pomeriggio, riparte finalmente, dopo due anni di pausa, la stagione di Spazio Teatro nella storica sede di via Paolo.

 

Il titolo è un omaggio alla musica di Tennessee Williams, è assimilabile alla solitudine colorata dal pittore Edwar Hopper. Blues è uno stato d’animo, è la saudade tanto cara ai brasiliani. Fa da sfondo una drammaturgia che è figlia di un luogo: la ferrovia tra Messina e Catania, che tuttavia non soffre dell’ansia del luogo perché potrebbe essere una qualunque ferrovia del mondo. Il protagonista vive l’esistenza scandita dal passaggio dei treni. Scorre così, nel monologo  molto ben sostenuto da Biolchini (che poi confessa di avere dato la spinta propulsiva per la scrittura del testo, nds), un articolato flusso di coscienza. Il protagonista porta avanti, come già aveva fatto suo padre, il sottile equilibrio dell’attesa, della precisione dello scoccare dei passaggi dei treni, l’ordine che ne deve accompagnare il muto saluto. Un bicchiere d’acqua su di un tavolo e una sedia, una bottiglia ancora e un vaso di fiori ed una finestra. Una giacca indossata, come una divisa d’ordinanza e poi riposta. Passaggi di vagoni annotati pedissequamente in un diario,  in un susseguirsi ossessivo, che sembra non lasciare scampo alla monotonia. Ma non sarà così. L’equilibrio precario viene spezzato prima da un treno che passa in maniera imprevista e fuori orario («Non si fa – spiega il protagonista – c’è una regola!»), poi da un convoglio che addirittura si ferma davanti alla casa del protagonista. Un episodio questo che sconvolgerà tutto il suo mondo solitario.

 

Caspanello e la ricerca del tempo

La scrittura di “Blues” (nds, pubblicato nel tomo IV di “Editoria e spettacolo” ) difende coi denti la drammaturgia «che oggi ha una dignità letteraria relegata in un angolino», dimenticata dopo i fasti raggiunti d Luigi Pirandello.

Ed ancora «La contemporaneità del teatro – chiarisce a fine spettacolo il regista – è anche avere uno sguardo critico perchè le arti hanno bisogno del tempo». È una ricerca lunga e personale quella di Tino Caspanello per il tempo. Proprio il tempo, sovente abbandonato e tagliato, sintetizzato e messo da parte dal teatro contemporaneo, riscopre anche in questa opera una sua dimensione. Come l’autore aveva abilmente fatto in “Mari”, sul palcoscenico Biolchini è bravo a tenere lento il passo. Ascolta le pause, le fa diventare importanti come se fossero pezzi di recitato, non vuoti istanti di attesa. Prima siede a contemplare il passaggio dei treni. Indossa la giacca, poi la toglie. Attende, beve e poggia il bicchiere. Quasi provoca lo spettatore con la sua lentezza. Caspanello, a tal proposito, racconta un aneddoto accaduto Oltralpe: la messa in scena di attori francesi del monologo che per loro durava solo mezz’ora, ossia la metà del tempo impiegato, previsto dalla scrittura originale. E invece il tempo, cercato, assaporato, dà la possibilità di riflessione, nella scrittura apre gli spazi al corto circuito interiore che sarà per il protagonista il deus ex machina della narrazione.

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(da sinistra Muscolino, Biolchini, Caspanello)

Ed è proprio la parte finale incentrata sulla comunicazione e sulla riflessione sull’incomunicabilità, una ulteriore chiave di lettura della trama insieme alla solitudine che accompagna il protagonista. L’alienazione è una placenta della quale sembra essersi sempre nutrito, spezzata dall’unica compagnia che è il suono del passaggio dei treni. Una sorta di liquido amniotico che invece diventa gabbia inesorabile quando c’è l’incontro con l’altro, o meglio nel caso di scena, con l’altra. E così gli schemi si rompono. L’innamoramento fulmineo porta con sé la tristezza consapevolezza dell’aver vissuto separati dal mondo da un vetro. Uno schermo come accade più verosimilmente per chi vive gran parte della sua vita online.

(foto Marco Costantino)

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