LA RIFLESSIONE | «Non conosco Lucano, ma da avvocato non sono d'accordo con il suo arresto»

2018-10-14 22:55:00 attualità

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Di Aurelio Chizzoniti - Premesso che non ritengo minimamente in discussione il ruolo e le funzioni di fondamentale centralità e rilevanza esercitato dalla Magistratura, ma, non v’è dubbio che il ricorso audacissimo all’applicazione della misura cautelare in pregiudizio dell’indagato Sindaco di Riace, Mimmo Lucano (che mai ho conosciuto personalmente), suggeriscono qualche sommessa riflessione critica afferente l’approccio dei Giudici, inquirenti e giudicanti, alla delicatissima vicenda finita mestamente “sub iudice”. In quest’ottica, è incontestabile che Lucano, non a torto, venga universalmente considerato l’emblema dell’accoglienza da tempo compiuta ed eseguita nel comune della fascia jonica reggina, assunto che si pone perfettamente in sintonia con le ataviche tradizioni che scandiscono il modus vivendi nella terra dei Feaci, di omerica memoria, ove sul versante dell’ospitalità non esiste granché da apprendere. Sul punto, quel che turba, invece, è l’improvviso smarrimento delle certezze ex ante acquisite, nella cui prospettiva torreggia la marginalità socio-istituzionale che l’evento prospetta, letteralmente scardinato attraverso l’aspro ricorso all’esercizio di preoccupanti spunti di una non condivisibile “sovranità funzionale”, consumata con chiara deriva autoritaria. Emerge, ictu oculi, come l’ambiguo provvedimento restrittivo assunto dal GIP presso il Tribunale di Locri, per un verso calpesta l’aspirazione cautelare, invano formalizzata dalla Procura istante, per circa quindici indagati, puntualmente alimentata dall’immancabile giaculatoria associativa, per altro offre l’ambiguo contentino alla stessa, sottoponendo l’esterrefatto Lucano alla detenzione autogestita, con autentiche acrobazie, stranamente affrancata da qualsivoglia prescrizione! In questa cornice, non va sottaciuto, si è registrato l’apprezzabile intervento dell’ANM, che ha stigmatizzando “il clima che si è creato”, ribadendo, contestualmente, il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, assegnato ai Magistrati che hanno il dovere di espletare indagini nei confronti di tutti e senza alcuna distinzione. Sorge, quindi, spontaneo interrogarsi sul cui prodest dell’incredibile cautela inflitta nel corso dell’espletamento delle indagini tutt’ora in atto, e quale interesse personale, economico, finanziario abbia perseguito Mimmo Lucano, nonché, chiedersi quanti altri Sindaci, ricadenti geograficamente nel territorio della locride, risultino indagati per le distrazioni collezionate nella costruzione di opere abusive; nell’omessa demolizione dei manufatti così edificati; nello smaltimento di acque reflue verso il mare; dei risultati raggiunti in ordine alle ben ramificate aree del caporalato – rectius – schiavitù dilagante, certificata anche recentissimamente addirittura dall’ONU; le iniziative indagatorie assunte per identificare i responsabili dei tantissimi incendi che hanno aggredito migliaia di ettari di boschi; nell’aggressione alle magnifiche coste; per non parlare delle pale eoliche operanti dappertutto, ecc. . Se questo è, la Magistratura di Locri e della Calabria intera, è sicuramente censurabile per la distrazione e la quantomeno colpevole inerzia, fin qui registrata, che ex abrupto, si è invece trasformata in tempestività anglosassone nei confronti di Mimmo Lucano, vittima di una insuperabile quanto ruvida intransigenza, nel cui quadro è stato dimenticato che, come ripeteva Einstein (che non si occupò soltanto del quadrato della massa) “la ricerca della verità è molto più importante rispetto al suo possesso”. Ed allora, c’è da chiedersi se siano state valutate ed approfondite tutte le circostanze esteriori che in qualche modo traducono l’espressione dell’atteggiamento psicologico di Mimmo Lucano, che “cognita causa” ha deviato dai binari della formale legalità, intesa “stricto iure”, esclusivamente per salvaguardare immigrati disperati ed in preda al dramma per l’incombente pericolo di essere rimpatriati nelle aree di provenienza, purtroppo ad altissimo rischio bellico. Detto aspetto, decisamente inconfutabile, a mio modestissimo modo di intendere, incide fortissimamente in ordine della rigidamente ritenuta antigiuridicità della condotta, saldamente ancorata all’esistenza di una rappresentazione fattuale che non può prescindere da una peculiare valutazione del caso di specie, i cui elementi obbiettivi e le manifestazioni del comportamento, accostati all’asserita e dichiarata motivazione della stessa, tecnicamente accreditano ben altre soluzioni rispetto a quella briosamente preferita. Del resto, anche in ordine all’interpretazione della norma, secondo i mezzi (letterale e logica), soccorrono criteri di valutazione ermeneutica di natura storica, sociologica e sistematica che incoraggiano ben altre soluzioni, anche considerando la causa psichica (movente) del soggetto agente, Mimmo Lucano. Che, inconfutabilmente, rappresenta lo stimolo, rectius, la fonte genetica scatenante che ha indotto lo stesso ad agire. In termini più chiari, amministrare Giustizia significa anche “conoscere gli altri”, oltre le barricate dell’agevole interpretazione letterale della norma, che, quanto all’individuazione delle condizioni generali di applicabilità delle misure, art. 273 c.p.p., al secondo comma evidenzia che “nessuna misura può essere applicata se risulta che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità…”, sottolineando che, comunque, gli elementi indizianti debbano alimentare una qualificata probabilità di colpevolezza; mentre, quanto alle esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p., relative al fumus delicti, soccorrono tre criteri di valutazione del periculum in libertate, saldamente ancorato all’inquinamento delle prove (inesistente), fuga (inesistente), alla reiterazione, con uso di armi e violenza del reato, per me, parimenti, inesistente!

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