La morte di Madalina Pavlov e l’asso nella manica del Crime Analyst Team

2019-09-22 18:43:00 cronaca

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Di Gabriella Lax

È bastato un tonfo. E in una caduta è andato tutto perso. Gli occhi verdi che portavano dentro la voglia di vivere, l’Inghilterra, le risate con le amiche, la patente presa poco prima, il sogno di mettere piede in Australia, le sfilate e la fascia da miss, il sorriso degli amici dell’Unitalsi, gli abbracci a mamma. Tutto perso in un metro d’asfalto che, ormai sette anni fa, ha visto una giovane di 21 anni scomposta in una pozza di sangue. La vicenda della morte di Madalina Pavlov ha collezionato tanti colpi di scena da fare paura persino alla trama di un thriller pluripremiato. La ragazza romena, reggina d’adozione, veniva trovata esanime il 21 settembre del 2012 sotto un palazzo in via Bruno Buozzi a Reggio Calabria. In tasca le chiavi del cancello con una carta che indicava l’indirizzo del palazzo stesso.

Era stato un giorno come un altro quello per Mada che al mattino aveva comunicato alla mamma Gabriella di aver preso la patente. Nel pomeriggio era uscita dal lavoro in pizzeria alle 15 dove, poche ore più tardi, avrebbe dovuto fare ritorno. Invece non ci metterà più piede. Nel pomeriggio vede l’ex ragazzo e chiama al telefono un’amica che sta fuori città. Alle 20.30 viene trovata morta, caduta da un palazzo. La notizia che circola nell’immediato è fuorviante: si parla di suicidio, mentre nessuno stato d’animo o atteggiamento della giovane aveva fatto presagire la volontà di farla finita. Solo in un secondo momento l’ipotesi investigativa viene cambiata in istigazione al suicidio perpetrata da ignoti.

L’autopsia testimonia colpi ed ematomi non compatibili con la caduta. Sembra più verosimile che la ragazza sia stata prima stordita e poi spinta di sotto. Poi è tutto un susseguirsi di strane situazioni: archivi che prendono fuoco, testimonianze che non arrivano,  carte da gioco trovate sulla tomba, intimidazioni più o meno velate all’avvocato della famiglia che spinge perché le indagini diano i loro frutti, intimidazioni anche a chi, come me, da giornalista, non ha perso di vista il caso nemmeno per un giorno. I Ris mettono sotto sopra le case del palazzo incriminato ma non viene fuori nulla di determinante. Non viene incriminata neanche la persona le cui le tracce di dna sono rinvenute sugli slip della ragazza. Troppe cose non quadrano. Ci pensa il procuratore capo del tempo, Federico Cafiero De Raho, a parlare, per la prima volta, della possibilità di trovarsi di fronte ad un caso di omicidio. La madre di Madalina tira un sospiro di sollievo, pensa che con una ipotesi così sviscerata si possa arrivare finalmente alla verità. Dopo sette anni invece di questa verità non s’intravede nemmeno un barlume.

 

Partiamo da una certezza: nella città di Reggio Calabria, mutevole e festosa, accogliente ma ancora molto poco aperta, più d’uno sa come sono andati i fatti quella sera di venerdì 21 settembre 2012 e che cosa è successo a Madalina. Più d’uno sa e forse vorrebbe parlare o forse pensa che il tempo sistemerà tutto e il silenzio prevarrà sulle domande e sulle richieste di verità e giustizia. Forse qualcuno ha fatto un tentativo di far uscire un pezzettino di verità nella lettera recapitata a Roma quasi 2 anni fa allo studio dell’altro ex avvocato, Antonio Petrongolo. Forse davvero questo signore di mezza età, molto conosciuto a Reggio, il signore perbene con famiglia, aveva una relazione con la giovane Madalina e la ragazza si era stancata di vivere all’ombra e voleva rendere pubblica la relazione e per questo la bocca le è stata chiusa per sempre. O forse è solo un inutile e fuorviante clichè da romanzo giallo da due soldi quello tirato fuori dalla fonte anonima nella lettera. Queste persone devono sapere che anche se Gabriella, la mamma di Madalina, è tornata in Romania da qualche mese, la lotta per scoprire cosa è successo continua e non si ferma. Nel frattempo a seguire la vicenda è subentrato l’avvocato Andrea Casto.

E di questa lotta, perché sul caso di Madalina sia fatta verità e giustizia, ne è l’emblema il Crime Analyst Team, formato da Mary Petrillo, psicologa e criminologa, coordinatrice nazionale; Rossana Putignano, psicoterapeuta, responsabile divisione Sud; Aida Francomacaro, psicoterapeuta esperta in psicologia forense. Il gruppo investigativoè fiducioso ed esclude l’ipotesi del suicidio. Il CAT spera che si possa arrivare a iscrivere nomi nel registro degli indagati. Nomi di una o, più presumibilmente, di più persone. L’ultima udienza risale al 5 aprile 2018, un’attesa lunga un anno affinché il gip sciogliesse la riserva. Grazie all’opposizione all’archiviazione fatta dall’avvocato Petrongolo sulla scorta delle dichiarazioni del Crime Analyst Team si è arrivati alla proroga delle indagini lo scorso mese di giugno. Ora si attendono le risultanze del pm.

Dato che le indagini sono state circoscritte è possibile che si possano avere finalmente dei nomi.

Male che vada, in caso di archiviazione, il CAT annuncia che ha ancora un asso nella manica tutto da giocare. Un carta non ancora giocata finora e che potrebbe finalmente far luce sulla morte di Madalina.