“Il fetido stagno” dà voce agli invisibili dell’ex manicomio di Reggio

2018-12-30 15:17:00 cultura

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Di Gabriella Lax

 

Realtà dimenticate di uomini perduti. Un luogo come tanti ne esistono ancora oggi, in cui la vita perde il colore e si respirano solo il grigio ed il nero. Questo è “Il fetido stagno”, drammaturgia coraggiosa del regista Santo Nicito, messa in scena il 28 dicembre al teatro Zanotti Bianco di Reggio Calabria. Uno spaccato desolato e convincente della vita nel manicomio della città dello Stretto chiuso, dopo mille polemiche, e nonostante la legge Basaglia, solo nel 1992.

Ci pensa da subito il ticchettio di goccia che cade inesorabile e consuma il cervello, ad immergere lo spettatore in un’atmosfera onirica densa e fastidiosa. In quel “quasi silenzio” in cui tutto può succedere. Una branda metallica per dormire senza materasso, un vaso da notte di latta, il torso nudo del protagonista. Sembra di percepire l’odore forte di urina, sporcizia e muffa dentro al quale persone in carne ed ossa venivano calate. Una dimensione sfatta, di parole sconnesse, di cantilene disarmanti e oscene, di nenie mefistofeliche. In questo nulla, c’è Lorenzo Praticò, magistrale attore reggino, seminudo, segnato da graffi e lividi. Interpreta un personaggio che è mille, diecimila volti. In questo “non luogo”  prendono corpo miserie e disperazioni di chi, in tanti casi, aveva solo una disabilità fisica, ed era invece stato costretto a subire danni davvero irreparabili, nelle ex strutture di cura per i malati psichici.

La scena ha un lungo inizio, fatto della gestualità drammaticamente accattivante: nel monologo, il protagonista si accarezza la testa, centimetro dopo centimetro, ossessivamente, compie verso di sé un gesto che è di protezione e di difesa dalle mille angherie alla quali i malati venivano sottoposti. Bianco, grigio, nero e metallo, gli unici colori a dare corpo alle storie di questo “contenitore di disperazione” dal quale emergono le vicende delle singole persone ricoverate, dal quale defluiscono i ricordi di guerra, una guerra passata sul fronte, alla quale si sovrappone la guerra presente per la sopravvivenza nel manicomio, per chi riusciva a resistere nell’inferno sulla terra, anche per venti o trent’anni. Nel silenzio delle urla, ogni suono appare amplificato e il soffitto bianco sembra al protagonista l’unica ancora di salvezza, l’unico bagliore di una lucidità ottusa e attenuata, in molti casi, solo dagli psicofarmaci. Un dramma che trova l’apice nei momenti dell’elettroshock. «L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra» scriveva a proposito di questi trattamenti (che definire altamente invasivi è un eufemismo) la poetessa Alda Merini, che la realtà del manicomio l’aveva conosciuta bene. La paura più grande, ricordava, era vedere quelli che ci passavano prima, lì in fila, in attesa di essere storditi fino a perdere i sensi. A nulla serve prima chiedere, poi gridare, urlare a squarciagola, disperatamente: «Per favore, mi sciogliete?». I ricordi di bambino tengono a galla il protagonista che, abbandonato al disagio, trascina la branda metallica sulla scena, con disperazione accecante, ripercorrendo il calvario di Cristo, senza nessun Simone da Cirene che lo aiuti, fino ad arrivare alla crocifissione solitaria. Una crocifissione che è stata pane quotidiano per ragazzi, donne, giovani e adulti costretti alla realtà manicomiale che li rendeva quasi animali, ad annaspare dalle gabbie di recinzione, in stanze nelle quali per riuscire a vedere un pezzo di cielo bisognava sollevarsi sulle punte dei piedi.


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I pugni nello stomaco che prende il protagonista sono forti almeno quanto quelli metaforici che arrivano agli spettatori, la tentazione di piangere e, soprattutto, di fuggire a tutto quel dolore e di scappare via, è tanta. Ma la voglia di dare una speranza, con la presenza, a tutti quelli che di queste strutture sono stati vittime, alla fine trionfa. Un messaggio che gli spettatori del teatro Zanotti Bianco, che per la serata sold out, non solo hanno ben compreso ma hanno di apprezzare con i lunghi applausi riservati a Santo Nicito, Lorenzo Praticò ed allo staff.

Una menzione a parte la merita proprio Praticò che, si percepisce, ha fatto un grande, grandissimo lavoro di studio, di fatica fisica, perfettamente calato nella mimica e nei colori spenti e disagiati del protagonista, nel suo dolore che lo rende umano e fragile. Una interpretazione pesante da sostenere che l’attore incarna, per tutti i 50 minuti sulla scena, senza una pecca.

«Tutti abbiamo paura di quello che non conosciamo» recita il protagonista. Per questo motivo a Santo Nicito  (e a coloro che lo hanno aiutato) si deve il coraggio della ricerca tra gli scritti, le poesie, le foto, le riprese, le testimonianze dirette di chi ha vissutola realtà, e della ferma volontà di portare in scena una pièce non semplice e rilassante, un dramma scomodo che sono lacrime da ingoiare per lo spettatore e triste consapevolezza di realtà ancora presenti. All’autore, in questo “testo salvavita”, la perseveranza di portare alla luce storie  di “invisibili” che nessuno (o quasi) si è preso la briga di rammentare, amari e indigesti bocconi. Un percorso che non termina nello spettacolo “Il fetido stagno”, ma che prosegue con l’opera del Comitato per i malati psichici.


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“Il fetido stagno” ha debuttato nel mese di giungo 2018 al world premier al San Diego Fringe Festival e al Bi- National Fringe a Tijuana in Messico. Si tratta di una produzione del Teatro della Girandola di Reggio Calabria con la regia e drammaturgia di Santo Nicito, con Lorenzo Praticò, musiche Biagio Laponte, tecnica Simone Casile, fotografia Giovanna Catalano e Marco Costantino, trucco Nadia Matroieni, traduzione della versione inglese Letizia Cuzzola.

 (foto di Marco Costantino)

 

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