Cilea: “Tre lettere di Sarajevo” di Bregovic, un invito alla fratellanza tra i popoli

2019-04-16 09:49:00 cultura Scritto da: Gabriella Lax

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Di Gabriella Lax – «Dio nel suo tempo ci ha creati ma non ci ha spiegato come vivere insieme». A cercare di raccontarcelo in musica ci pensano tre lettere, trovate chissà dove, magari dentro una bottiglia. Le “Three Letters of Sarajevo” (Tre lettere di Sarajevo), invito alla convivenza pacifica, sono lo spettacolo dell’Orchestra per matrimoni e funerali di Goran Bregovic, tappa unica per la Calabria ieri sera al Teatro Cilea di Reggio, penultimo appuntamento per la stagione “Le Maschere e i Volti” organizzata dalla Polis Cultura.

È una luce bianca sul palco il musicista bosniaco, nel consueto completo candido, scarpette azzurre e l’immancabile piccola chitarra elettrica. Sono diciannove sul palco:  a fianco Bregovic c’è cantante serbo Muharem Redzepi, splendida voce mediorientali, una coppia di adulte voci femminili di Sofia in coloratissimi abiti tradizionali, e poi quattro archi in nero e sei coristi maschili della chiesa ortodossa in vestito elegante grigio e farfallina. E per finire i 4 immancabili fiati, prima e seconda tromba e tromboni.

Il concerto ha inizio con i trombettisti che arrivano suonando sulla scena dalla platea, in abiti tradizionali sorprendono il pubblico.

Perché può succedere un giorno di essere a casa, in pacifica convivenza coi vicini e, solo il giorno dopo, la guerra di religione fa diventare tutti nemici e contro gli stessi vicini bisognerà imbracciare le armi. Come è accaduto nel ex Bosnia. Dolori che segnano ma che insegnano e di cui Bregovic fa tesoro in questo suo ultimo lavoro. Quello che porta in giro per il mondo Bregovic è un messaggio di fratellanza e coesione tra popoli diversi. La sua vita da gitano è un colorato mix multietnico: il padre cattolico è nell’esercito e non ha mai visto di buon occhio il suo essere musicista e poi la madre ortodossa e, dulcis in fundo, la moglie musulmana. Nel concerto, dopo una prima parte introduttiva, le tre lettere vengono interpretate da tre assoli di violino: in modo classico, come lo suonano i cristiani, poi all’orientale, come lo suonano i musulmani e, infine, klezmer secondo la tradizione ebraica. Le tre lettere, nel loro dipanarsi in note coinvolgono tutta l’orchestra, riprendono la solennità cristiana, il rigore musulmano  e la maestosa tragicità ebraica. E poi arrivano le “hit”, le musiche che hanno segnato il sodalizio con il regista Emil Kusturiza, “In the death car”, “Ederlezi”, e, prima del bel finale con “Kalashnikov”, tutti insieme a cantare “Bella ciao”.


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L’interpretazione dell’orchestra è sempre quel mix impensabile partorito dalla istrionica ispirazione di Bregovic che demolisce ogni schema, in un gioco di incastri dinamico e ultramoderno. Egli parte dagli strumenti classici dell’orchestra, dalle voci e le mischia, le storpia e le amplifica, a tratti le lascia malinconiche e sibilanti, fino ad arrivare pure a creare suoni assimilabili a pizzica e tamurriate, tanto care alle regioni del nostro meridione perché, non dimentichiamolo, a dividerci, è solo un lembo di mare.

Di Bregovic Reggio ricordava l’ultimo meraviglioso concerto a a Catona Teatro, nella stagione 2007, lì, gli ampi spazi avevano permesso al pubblico di scatenarsi. La platea del Cilea di ieri sera invece rimane piuttosto “ingessata”, nonostante i ritmi incalzanti che spingono inesorabilmente a lasciarsi portare in terre lontane, anche solo per qualche minuto.